Professore Paolo Giaccone, Palermo
“Arrivavano strane telefonate, lettere listate a lutto e macabre bomboniere, ma lui minimizzava. Quella mattina per me è crollato il mondo, dovevo essere con lui..” Camilla Giaccone

L’11 agosto 1982, Palermo perse Paolo Giaccone, un uomo che riempiva la vita con passione. Professore universitario stimato, amato dai suoi studenti al punto da aiutarli con le sue stesse finanze, incarnava un’umanità rara. Lo si vedeva scherzare con un sombrero in Messico, guidare l’Avis in Sicilia, ma soprattutto, si confrontava quotidianamente con l’orrore della guerra mafiosa. Tre autopsie al giorno, un macabro conteggio delle vittime che gli passavano sotto le mani.
Innamorato del suo mestiere e padre di quattro figli, Giaccone trovava nella sua macchina da scrivere l’unica “rivale” di sua moglie Rosetta – almeno, così lei scherzava, riferendosi alle relazioni che lui instancabilmente produceva per la Procura. A 53 anni, il suo cervello brulicava di idee, progetti come un laboratorio di genetica al Policlinico. Una vacanza in Svizzera lo attendeva, una tregua meritata dopo tre anni di lavoro ininterrotto. Paolo Giaccone, un uomo “non corruttibile”.
E fu proprio la sua integrità a segnare la sua fine. La mafia voleva un piccolo favore: una perizia modificata, un’impronta “aggiustata” per scagionare uno dei loro. Giaccone disse no. Quella mattina, appena sceso dall’auto al Policlinico, i colpi di pistola lo raggiunsero.
“Ricordo l’ultimo bacio di papà,” racconta Camilla, “E poi quella segatura… inutilmente sparsa sulla pozza di sangue. Avrei dovuto essere con lui quel giorno. Quel giorno in cui il nostro mondo crollò.”
L’assassinio di Paolo Giaccone urla ancora vendetta, chiede il riconoscimento che merita. Non si piegò, non arretrò di fronte alle minacce di Cosa Nostra, minacce che lo avevano già raggiunto. Giaccone era un professionista, un uomo che faceva il suo lavoro. E qui sta l’assurdità: a differenza di magistrati e poliziotti che inseguono i criminali, il suo mestiere non avrebbe dovuto esporlo a una morte così brutale. Non avrebbe dovuto morire crivellato di colpi per aver fatto, semplicemente, il suo dovere.
“Non so fino a che punto fosse consapevole di essere così esposto – spiega Camilla Giaccone – erano anni di grande tensione e ci capitava di commentare il clima terribile che c’era a Palermo, dove ormai i giornali contavano i morti. Una volta gli chiesi apertamente se per caso fosse in pericolo anche lui, ma mi rispose: ‘Non hanno mai ammazzato un medico legale, io mi limito a raccogliere dei fatti…’. Sminuiva, forse per proteggerci. Negli ultimi mesi, però, non so se fosse anche per la stanchezza, capitava che di ritorno la sera si buttasse sul divano e fissasse il vuoto…”.
Pochi mesi prima, Palermo aveva già pianto un altro innocente. Il 6 novembre 1981, Sebastiano Bosio, primario della neonata Chirurgia Vascolare dell’Ospedale Civico, pagò con la vita l’unica colpa di non aver curato “adeguatamente” un uomo d’onore.

Camilla Giaccone ricorda ancora le ombre che si allungavano sulla vita di suo padre. Le minacce, sussurrate prima, urlate poi. “Professore Giaccone, lei ha esagerato, le facciamo passare un guaio…” recitava una di quelle frasi velenose. Eppure, lui le prendeva con ironia, come a voler esorcizzare la paura. “Una volta ci arrivò una bomboniera con sei cicche spente dentro,” ricorda Camilla, “noi eravamo in sei, come a dire: ‘Vi distruggeremo tutti'”. Un’altra volta, una lettera listata a lutto, indirizzata a lei: “Che la morte ti colpisca il più presto possibile”. Lui minimizzava, parlava di “bravate di qualche ragazzo respinto”. Solo dopo, sua madre le confidò: “Ce n’erano state altre tre o quattro, simili…”
La mattina dell’11 agosto di 42 anni fa, Paolo Giaccone, trasferitosi con la famiglia a Mondello per le vacanze estive, si mette in macchina con sua moglie e due delle sue figlie, Camilla, che all’epoca era una studentessa di Medicina, e Paola, che quel giorno ha una lezione di musica in via Roma. Quel giorno la moglie non stava molto bene, quindi Paolo chiese alle figlie di restare con lei, di attendere la fine della lezione di solfeggio, di prendere un taxi per tornare a casa e di raggiungerlo poi al Policlinico. Paolo si mise in macchina velocemente e ripartì.
Poco dopo arrivò una telefonata dal Policlinico che disse che Paolo aveva avuto un incidente. Siamo d’accordo con sua figlia, anche noi pensiamo che il professore Giaccone non è stato ucciso solo per un’impronta che incastrava il boss Giuseppe Marchese per la “Strage di Natale”, avvenuta a Bagheria il 25 dicembre del 1981, ma per il ruolo scomodo che aveva assunto con due Cattedre di Medicina legale. Il professore stava anche realizzando un laboratorio di genetica al Policlinico, per studiare il dna,
Camilla Giaccone lo ricorda come l’amico di tutti, un professore capace di toccare il cuore dei suoi studenti. Le sue lezioni erano particolarmente ambite. Nonostante fosse severo nel giudizio, gli studenti uscivano soddisfatti, appagati dalla sua capacità di spiegare concetti complessi con semplicità. Umile nonostante il suo immenso sapere, ammetteva candidamente la sua ignoranza su specifici argomenti, promettendo di approfondirli per la lezione successiva. Il suo studio era un rifugio, un luogo dove le persone cercavano conforto. I magistrati lo cercavano incessantemente, desiderosi di affidargli i casi più delicati, riconoscendone la competenza e la professionalità, doti che, paradossalmente, lo condannarono.



